Le metamorfosi della gioia

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illustrazione: Il Clown, di Nicola Girelli Bruni

Raccolta inedita (di prossima pubblicazione?)

Dalle parole del poeta Giampaolo De Pietro:

“In tutti noi c’è un aspetto del quotidiano che sta e un altro che vagabonda.
In questa raccolta  le borse per il viaggio si muovono feconde, intorno a un’idea, un gesto di mondo.
Magari con gli stessi segni, o comunque più vasta, circolare. Come l’errare del circo, in un percorso che è sempre lo stesso, eppure nuovo ogni volta.

Si apre il libro ai paragrafi più esposti, quelli in cui s’ introduce, come nei vecchi libri, i libri vecchi, appassionati appassionanti!, omaggiandoli forse, come prosa che apre, a mo’ di siparietto, le ombre in versi, “giustificando” con segni fonetici, oltreché “parlati” il dire, privato, parlato, per l’appunto, come per distrarre, a ogni ciclo di scritti.

Prima del giorno, del viaggio, e pure durante, che è sempre presto! Ecco, lo scrivere dà questa impressione.
Per il senso, il senso del presto, dell’inizio, o dell’iniziazione al canto, e all’ascolto – c’è un viaggio sempre “utile”, e possibile – e la scrittura lo riporta, lo assomma, verrebbe da dire con quel mezzo “mistico” che è e sta a sentire, registrare, disciogliere, ammettere senza dire, e non viceversa. Il poeta pellegrino, quello pendolare. Il mazzo del vivere e tutte quelle carte, colorate, gli strumenti. L’elemento umano, senza fine (e confine), in rapporto a quello circolare dell’animale (e del respiro) e del terrestre – le stagioni sempre in onda, l’amore il primo della fila. L’inno che si sente, tra le righe le onde, la voce tremante che lo accende, e, anche se per sé magari a volte esitante (così, è lo stupore), lo corrode e v’irrompe disattento e pure stanco, l’inno incede e tocca, tocca i tasti suonati e quelli in ombra, la luce prima di tutto, prima di tutti. La prima luce, ecco.

Queste pagine sono un viaggio da circo (a cui tutti partecipano in voce: la Funambola, l’Illusionista, il Domatore di mostri, una Lanciatrice di coltelli, il Clown) tanto vero, doloroso di gioia e gioie. Con i turbamenti di chi ha una coscienza delle cose, nell’esserne così sensibilmente invischiati ed è chiaro che si appare fragili, ma è come, anzi non è una conseguenza. È un rapporto che, non diciamolo, a nessuno fa mantenere la calma e la forza, col tempo. Anche la fede nello spazio, che ci crea, la parola. E senza alcun bisogno di chissà quale “riconoscimento”, se ci si pensa: possiamo essere liberi. Abbiamo una chiave di volta. La poesia è un’arma.
Ma che serve a tradurci, a accarezzarci anche con qualche schiaffone o ceffone che noi, non violenti, diamo al prossimo, e anche carezze, certo. Gli altri hanno un corpo di fronte a noi, poi vicinissimo che sembra il nostro. E siamo. E ci riconosciamo. E ascoltiamo, e se ascoltiamo siamo anche, distrattamente.”

– – – – –

Dalle parole del prof. Enrico M. Restagno:

“Il Circo è bellezza, luce, follia. Il Circo, il cerchio, Kirkos, inevitabilmente evoca nella nostra mente il cerchio dell’ esistenza umana. […] Il Circo è un mondo affascinante e magico; al suo interno si alternano rigore ed anarchia, disciplina e caos ed ognuno, nello spettacolo del Circo, così come nella vita, può scorgervi la diversa gamma dei sentimenti: felicità e tristezza, crudeltà e tenerezza, passione e durezza. […]
Leggere questa raccolta è stato, per me, come viaggiare su di un Circo itinerante: le poesie sono le “molteplici carovane” interiori, con al loro interno i diversi artisti dell’Anima, con un’orchestra sinfonica ben strutturata e complessa e soprattutto con le Luci e le Ombre che accompagnano ogni spettacolo, ogni viaggio. La Funambola, l’Illusionista, il Domatore, la Lanciatrice di coltelli e il Clown sono i luoghi dell’Anima e della Mente di Martina Campi, ma sono anche quelli di tutti: ognuno potrà ritrovare se stesso in questi versi e ognuno potrà intraprendere il proprio viaggio che conduce tutti ad un’unica meta: l’Amore.”

– – – – –

Alcuni estratti:

da: — Serabbonda —

[…]

Dimmi che cosa vedi

[…]

E serve al mondo ora serve a noi
per capire dove ci siamo rotti,
dove e quale è il pezzo mancante
se la bocca o un anulare spezzettato
nelle bibite o i piedi, mai più piedi
solo scarpe
cose come la testa sopra

tasti caramello
e foglio pergamenta
E lui lo sa
che ci manda i messaggi autodecifranti
quanta lotta nel pomeriggio
lui sa il dolore del pomeriggio
il pomeriggio vince ma poi la sera
a sera perde

Perde quota e conscentezza
e non può fare rapporto
E rotola già all’ocean

[…]

– – – – –

da: — Serabbonda 2 —
    una voce Funambola

[…]

Sul treno la mattina

E’ così l’addio di ogni giorno
la piccola morte che si ripete
mattina e sera
mattina e poi, sera
scorrendo

Il paesaggio che si ripete
piccoli respiri sulla terra
piccoli respiri senza percorrere
quella morte che si ripete

Poi, quando si torna,
c’è ancora il cielo.

– – – – –

da: — Serabbonda 3 —
    una voce I l lusionista

[…]

Un’altra forma

Una foresta che brucia non è il segreto
dell’estraneità l’essere arrivati troppo tardi
le anomalie incredule

nell’aria ferma il fumo
nella terra arsa cenere

raccolgo con mani crociate
il significato disperso dei simboli

il sorriso immobile della montagna
le discordanze che tengono ancora insieme
questo giorno instabile

tutto brucia

-le azioni sono disperse nel passato
il futuro si compone di conseguenze-

vertigini davanti ai resti
e tutto intorno è immobile.

Infine mi guardo nello specchio,
per vedere se qualcosa è cambiato.

– – – – –

da:

— Serabbonda 4 —
una voce doni, Domatore

È il canto dei movimenti sottili, la voce delle stanze che si perdonano e disperdono tra i colori e il giallo, allagano le fioriere, le scrivanie, i bicchieri nuovi, più pezzi di cuore a caso.

È quello che accuccia, quello che si beve, quello che si lamenta e che lamenta stanchezze e dolori.
Togliere le calze zuppe, in salvo dietro i vetri.

È quello che non fa stare seduti, che accende e spegne le luci a caso. Affaccia su esterni che mostrano nient’altro che notte (ed è salvezza).

Che male maledetto, questo umano  bisogno d’amore. Insaziabile, atroce.

Le mani lo sanno.

Dimenticavo poi, già nella veglia, tra le cose da dimenticare, al rientrare, rincasare delle voci, dimenticare il proprio nome, scambiare la salvezza con un’occhiata di paura ai piedi.
Perché alla fiera bellezza non si scampa.

– – – – –

 Cuore aperto

Dalle nostre stanze più verdi
apriamo le finestre con mani d’acqua
lasciamo entrare il sole nelle stanze
e lasciamo entrare i giorni nuovi
della primavera

Siamo cuori di carne in volo
siamo aquile e siamo colombe
abbiamo stanchezze e frastuoni
e abbiamo doni.

– – – – –

da: — Mattinonda —
una voce Lanciatrice di coltelli

[…]

La parola di un occhio

un turbine di foglie accoglie
un lembo di pioggia indiscreta
la sbarra si leva
ricoperti di neve
ricoperti  dal freddo

gli alberi crepitano
parole nel pomeriggio

– – – – –

Decadi

Ed eravamo acqua
ed eravamo fatte a spigoli,
poi tutto sarebbe cambiato.

Una gamba se ne volava via,
per la strada rotolando,
alla velocità di frecce.

– – – – –

da: — A giro vagare —
    una voce Clown

[…]

(Lenticchie)

Che non ero a conoscenza della topologia
un cemento consunto da stillicidio grigio
elettricamente la coscienza erosa si spegne
rombi di cecità figurata e figurate intocc’abilità

cavità smaniose d’acqua
e di sostanze d’acquistare
prezzi, decadimenti d’abitudini

antiche vicissitudini urbane
l’urbanistica del freddo
il sonno viene e dice andiamo
le mille sfumature della danza

il sonno viene
e le mille sfumature della danza

c’è modo e aria
castani rumori di bambini
si raccolgono e raccontano

gli attraversamenti
lo sgretolarsi

d’alture squadrate profonde, si richiedono indicazioni
tersi minuti vaghezze terse
ritorni casuali ritardi barcollanti

il sonno viene
e le mille sfumature della danza

una preghiera di fumo campanelli telefoni treni ciondoli
si fa  e senza limite e non ci si allarma non ci si allarma
non ora non qui non ora non qui dice andiamo il sonno

non ci si addormenta sui divani nelle case di luce
non si smette di respirare nelle case di luce
legamenti tradimenti scollamenti iniziazioni

campane occorrono candele nelle case di luce

Resistenze fluide dell’aria che lasciano accadere il dolore
si va e si sviene attraverso intatti aromi di lenticchie

arresi all’amore

– – – – –

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